giovedì 26 maggio 2011

trasformare l'immondizia in gas

British Airways sta mettendo a punto una flotta aerea alimentata totalmente a carburante biocombustibile, derivato direttamente dai rifiuti.
Il processo dovrebbe prevedere la trasformazione della spazzatura in biokerosene utile come carburante. Ogni anno 500.000 tonnellate di rifiuti potranno essere convertiti in quasi 70 milioni di litri di carburante, un quantitativo quasi doppio alle attuali esigenze della flotta. Le previsioni danno il 2014 come data in cui i bio-aerei potrebbero essere pronti e si ridurrebbero di 550.000 tonnellate l’emissione di CO2 e gas serra.
Un progetto importante, in un settore che potrebbe potenzialmente sfruttare al meglio le nuove forme di energia, derivanti proprio dal carburante ottenuto dallo smaltimento corretto dei rifiuti.
Quella del biocarburante e più in generale del carburante ottenuto da fonti rinnovabili quali oli vegetali e grassi animali è una tematica a cui oggi in tanti tra enti ed associazioni hanno mostrato sensibilità, proponendo varie iniziative e proposte per sensibilizzare proprio l’opinione pubblica.
Utile dunque e soprattutto innovativa come iniziativa, ma ancor di più capace di portare avanti una serie di tematiche di grande valore, oltre ad aprire uno spiraglio su uno scenario futuro che potrebbe davvero essere determinante nel migliorare la qualità della nostra vita.

Anche in Inghilterra sono sommersi dalla spazzatura e si lamentano del rincaro benzina..
Per questo l’azienda chimica britannica Ineos ha ideato un rivoluzionario procedimento tecnologico che permette la trasformazione della volgare immondizia in un gas, il bioetanolo, che può essere utilizzato come carburante per le automobili.

L’azienda dice di essere in grado di ricavare 400 litri di bioetanolo da ogni tonnellata di spazzatura
biodegradabile asciutta
e di poter incominciare la produzione su scala industriale verso la fine del 2010. 
Peter Williams, l’amministratore delegato di Ineos Bio, sottolinea che “a differenza degli altri biocarburanti – realizzati partendo da prodotti agricoli sottratti alla produzione alimentare e con un impatto negativo sull’ambiente – non ci sarà più da dover scegliere tra cibo e combustibile”.
In questo modo si potrebbero ridurre le emissioni di gas nocivi emessi dalle normali auto a benzina, causa dell’effetto serra , del 90% !!!

, azienda chimica britannica, ha fatto sapere da Londra  che l’auto alimentata a spazzatura è una realtà. L’azienda inglese nel 2008 si disse in grado, entro due anni, di ricavare 400 litri di da ogni
 tonnellata di scarti biodegradabili e oggi conta di iniziare la produzione industriale. E la promessa è diventata realtà.
<p>auto ibride - esposizione</p>
auto ibride ridimensionate - esposizione
Il procedimento tecnologico consiste sostanzialmente in tre fasi:
si cuoce la spazzatura ad altissima temperatura fino a ridurla allo stato gassoso e si danno poi i gas in pasto a speciali batteri naturali che se ne servono come materia prima per generare grezzo. L’azienda provvede poi a trasformalo in purificato.

<p>un vagone cisterna mentre viene caricato di bioetanolo</p>
un vagone cisterna mentre viene caricato di

Il purificato deve però essere miscelato con la benzina super oppure con il diesel. Tuttavia questo procedimento tecnologico di riciclaggio della spazzatura basterà, secondo le previsioni di , a ridurre i gas nocivi dell’effetto serra di ben il 90% e punta a ridurre di circa il 10%, il fabbisogno di benzina in Europa e Nord America. Un altro vantaggio di questo procedimento è di utilizzare non più prodotti agricoli sottratti alla produzione alimentare e con un impatto negativo sull’ambiente ma spazzatura biodegradabile asciutta.

<p>Giuseppe Savino - presidente Amiu Bari</p>
Giuseppe Savino - presidente Bari
 
Abbiamo chiesto al presidente dell’Azienda Municipalizzata Igiene Urbana di Bari, Giuseppe Savino, se anche la sua azienda, oggi dotata di un impianto di biostabilizzazione, sarebbe in grado di portare a termine un progetto simile. «Si, tecnicamente è un’operazione possibile – risponde il presidente dell’ -; bisogna vedere il bilancio economico di un’operazione di questo tipo, capire che costi possono avere gli impianti, qual è il ritorno economico dal punto di vista del prodotto. Poi non bisogna tralasciare il ritorno dal punto di vista ambientale, se ad esempio il procedimento chimico crea problemi. Bisogna tenere conto di tutti questi elementi e poi valutare i pro e i contro. È comunque un’altra possibilità che ci si offre, di recupero. La trasformazione di un problema in risorsa».
26 gennaio 2010

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