| 5 novembre duemiladodici |
lunedì 5 novembre 2012
domenica 4 novembre 2012
L'Incontro - Michela Murgia
Primo libro che leggo di questa scrittrice sarda, che ho imparato a conoscere in qualche talk show dopo la notorietà arrivatagli con "Accabadora", suo romanzo del 2010, vincitore del Premio Campiello.
Michela Murgia scrive bene, la sua scrittura è fluida e pulita,
è diretta ed essenziale,
ma la storia non mi è piaciuta.
Come lei sono cresciuta in un paese, ho giocato nei borghi e
vagabondato nei campi con i miei amici, in cerca di avventure.
Ho respirato la stessa aria di spensieratezza e goduto delle stesse vicissitudini,
in una parola, della stessa violenta libertà,
quindi capisco perfettamente, ed apprezzo, quello che scrive nelle due pagine di prologo:
"Non c'è stato di famiglia che possa vincere la battaglia contro i pomeriggi di sole estivo in cui si è riusciti a infilare il primo pallone in porta tra le grida dei compagni, o liberato una libellula gigante entrata per sbaglio in un retino per farfalle."
Ecco in queste prime pagine ho creduto di ritrovarmi nella stessa atmosfera di "Agostino", romanzo di Alberto Moravia scritto negli anni quaranta.
La storia di un' amicizia che segna il trapasso dalla fanciullezza all'adolescenza,
la storia di un contesto umano che le città hanno cancellato,
la storia di legami che nulla potrà mai scalfire.
Come se questi legami si fossero intrecciati nelle fitte maglie del nostro essere e della nostra pelle:
"...la strada e l'averci giocato insieme offre ai bambini una più alta dimensione di parentela, che nemmeno da adulti sarà dimenticata..."
Su questo tema avrebbe dovuto lavorare Michela Murgia,
forse era anche nelle sue intenzioni,
ma la parte della processione,
la parte centrale del libro, quella che dà il titolo al libro,
personalmente l'ho trovata davvero noiosa.
Mi riprometto di leggere il suo Accabadora.
sabato 3 novembre 2012
venerdì 2 novembre 2012
giovedì 1 novembre 2012
chiedere è lecito ma rispondere è cortesia
Potete giudicare quanto intelligente è un uomo dalle sue risposte. Potete giudicare quanto è saggio dalle sue domande. (Naguib Mahfouz)
Prima non capivo perché la mia domanda non ottenesse risposta, oggi non capisco come potessi credere di poter domandare. Ma io non credevo affatto, domandavo soltanto. (Franz Kafka)
mercoledì 31 ottobre 2012
martedì 30 ottobre 2012
lunedì 29 ottobre 2012
domenica 28 ottobre 2012
Il senso di una fine - Julian Barnes
L'avevo abbandonato durante la scorsa estate, caldo, troppo caldo per leggere su di uno scoglio. La parte iniziale non scorreva con facilità, così era stato riportato a Milano alla fine delle vacanze e seppellito sotto una pila di libri in camera.
Sapevo che mi aspettava.
Ieri mattina l'ho ripreso in mano e l'ho finito, senza alzare gli occhi, senza interruzioni.
Catturata, imprigionata in una storia che si rivela proprio alla fine, nella penultima pagina.
E' la storia di una vita. la storia del tempo che scorre e che ci trasforma,
la storia di un'amicizia interrotta,
la storia di chi la vita riesce a prenderla tra le proprie mani e comandarla
e di chi procede a casaccio, prendendola come viene e costruendoci solo una riserva di ricordi.
E' la domanda che si pone il protagonista:
"La mia esistenza si era sviluppata, o solo accumulata?"
Adeguarsi alla vita,
smettendo di analizzarla e seguendo il suo spirito di adattamento e autoconservazione, in altre parole rinunciando a vivere,
questo avevo fatto Anthony Webster.
Aveva chiesto alla vita di non essere turbato ed era stato accontentato,
con tutta la miseria ed il rimorso che ne erano conseguiti.
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| Julian Barnes |
E arriviamo alla fine,
la fine delle nostre vite
e alla fine c'è la consapevolezza che non si può cambiare più nulla,
che non si può più riparare nulla.
Barnes ci dice che siamo noi a costruire il ricordo su come racconteremo a noi stessi e agli altri la nostra vita,
facendone una storia, una delle tante possibili,
perchè abbiamo bisogno di dare un significato alle nostre esistenze,
mentre il tempo passa e fluisce inquieto.
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